Il nuovo album nasce da una storia vera, sedimentata negli anni, e rimette al centro la scrittura, il suono di band e quella tensione che ci porta a stare insieme dentro forme diverse: folk, rock, elettronica, deviazioni.
Dopo Proclama e La mia migliore utopia, torniamo con brani nuovi. Non per occupare spazio, ma per riaprire un discorso che non era finito. Questo disco non cerca una formula, cerca contatto.
Dentro c’è una scrittura divergente, che non ama stare composta, e un suono che passa dal folk al rock, dall’elettronica alla sperimentazione senza smettere di avere una faccia. Non stiamo tornando indietro. Stiamo andando più a fondo.
Le canzoni non hanno smesso di arrivare mentre la band suonava, registrava, spostava strumenti, accumulava date e rimetteva a fuoco il materiale nuovo. Questo disco nasce da lì: da anni pieni, da prove che hanno continuato a lasciare traccia, da idee passate da un vocale notturno a una sala prove fino a diventare brani che tenevano il peso dal vivo e in studio.
Stiamo registrando con un’idea semplice: niente che suoni impeccabile al prezzo di suonare morto. Batterie intere, chitarre riprese in ambiente, voce trattata come centro del brano ma sempre dentro un respiro di band. Un metodo che privilegia il nervo, la dinamica e quell’aria che resta addosso ai dischi quando non vengono sterilizzati.
Non è uno studio da check-list. È una stanza in cui si discute, si smonta, si ricomincia. Lavorare lì significa lasciare che un brano cambi pelle anche vicino al mix, senza perdere precisione e senza togliere aria ai pezzi. Per un disco scritto così, era il posto giusto.
Vrec è una delle etichette indipendenti che negli anni hanno tenuto dritta la barra sul rock d’autore italiano. Per noi conta anche questo: stare dentro un catalogo costruito per scelte e non per quantità, in continuità con un percorso che ha già lasciato tracce in compilation, schede label e circuiti di ascolto reali.